Che ci faccio qui torna e non fa sconti: storie che colpiscono nel profondo
Nel panorama televisivo del 2026, poche produzioni riescono davvero a incarnare il senso più autentico di servizio pubblico. Tra queste, senza dubbio, spicca Che ci faccio qui, tornato su Rai3 ogni martedì sera e giunto alla sua ottava edizione. La trasmissione ideata, scritta e condotta da Domenico Iannacone continua a rappresentare uno dei punti più alti della televisione italiana contemporanea.
Il cuore del racconto: l’essere umano nella sua interezza
Al centro del programma c’è sempre l’esistenza umana raccontata in tutte le sue sfaccettature. Un intreccio profondo di elementi opposti che convivono: sacro e profano, corpo e anima, realtà e dimensione simbolica.
Quello di Iannacone non è mai un semplice lavoro giornalistico, né una cronaca fredda dei fatti. È piuttosto un percorso dentro le vite degli altri, dentro le fragilità, le scelte e soprattutto il dolore. Un dolore che, nella prima puntata della nuova stagione, emerge con forza e senza filtri.
“Quel che resta dei giorni”: il ritorno tra emozione e realtà
Il titolo scelto per questo nuovo ciclo di puntate, Quel che resta dei giorni, già racchiude il senso profondo del racconto. Un ritorno che si apre dal Molise, all’interno dell’Hospice Madre Teresa di Calcutta di Larino, struttura dedicata alle cure palliative dove le persone trascorrono gli ultimi momenti della loro vita.
Un luogo delicato, difficile, dove ogni parola pesa e ogni silenzio racconta più di mille discorsi. Entrare con le telecamere in uno spazio simile significa assumersi una grande responsabilità narrativa ed etica.
Il linguaggio della sottrazione e del silenzio
Iannacone sceglie ancora una volta la via della sottrazione. Nessuna enfasi, nessuna forzatura emotiva, nessuna narrazione gridata. Solo sguardi, pause, inquadrature fisse e tempi dilatati che permettono alle storie di emergere con naturalezza.
Il conduttore non intervista nel senso tradizionale del termine: ascolta, accoglie, accompagna. Diventa una presenza discreta, mai invadente, che lascia spazio alle persone e alle loro esperienze.
Storie che costringono a guardare la realtà
Le testimonianze raccolte hanno un impatto forte, diretto, impossibile da ignorare. Le vite dei pazienti e degli operatori sanitari si intrecciano in un racconto che porta lo spettatore a riflettere su ciò che conta davvero.
Tra le storie più toccanti, quella di Massimiliano e della piccola Annalisa lascia un segno profondo, difficile da cancellare. È una televisione che non consola, ma che mostra la realtà nella sua forma più nuda e autentica.
Una televisione che non distoglie lo sguardo
Che ci faccio qui è una televisione che non cerca scorciatoie emotive né spettacolarizzazioni del dolore. Al contrario, invita a sostare dentro ciò che spesso si tende a evitare.
È proprio questa scelta di autenticità a renderla un esempio raro nel panorama televisivo attuale. Una narrazione che non alza la voce, ma che arriva comunque con una potenza disarmante, grazie alla sensibilità e al rispetto con cui Domenico Iannacone costruisce ogni racconto.

